La Destra nell’attuale scenario politico

30 03 2009

politica 

Qualche mese fa, nel corso delle settimane precedenti il primo congresso nazionale di La Destra, venne indetto un “concorso” tra i ragazzi di Gioventù Italiana in merito alla creazione di un documento che rispondesse al tema: “La Destra nell’attuale scenario politico“. Modestamente invia il mio contributo entro i termini, anche se poi non se ne fece più nulla. Rileggendolo oggi, dopo quattro mesi durante i quali il mio stato d’animo nei confronti di certi uomini e di questo stesso partito è andato mutando, mi sento di sottoscrivere ancora queste parole e sono ancor più convinto della bontà delle strada che aveva indicato che, forse, tuttavia, avrà altri protagonisti.

 

 

La Destra nell’attuale scenario politico”

 

Il mondo in cui viviamo all’inizio di questo terzo millennio dell’era cristiana non è un mondo a “misura d’uomo” o un paradiso terrestre. Pertanto, prima di esaminare le condizioni di esistenza e il possibile ruolo di una qualsiasi filosofia o di una particolare concezione del mondo, sarà utile accennare brevemente ad alcuni dei principali passaggi storico-politici che hanno portato alla realtà attuale.

Nell’attuale impostazione accademica, si suole fissare l’inizio convenzionale della storia contemporanea con l’unità d’Italia – per quanto riguarda l’ambito italiano – e con il processo di “restaurazione”, seguente all’impero napoleonico, per quanto riguarda l’ambito europeo. Personalmente ritengo più adatto e completo, ai fini di una trattazione di storia e di scienza politica, anticipare questa data all’inizio della cosiddetta “era dei lumi”.

Risale al XVIII secolo, infatti, l’inizio di una “rivoluzione” della concezione della vita, dell’organizzazione civile, della religione e della politica, che darà i suoi maggiori frutti – ed aberrazioni – con la rivoluzione francese.

Sono iniziate in quell’epoca, infatti, dinamiche e riflessioni che possiamo definire a tutti gli effetti “moderne”, nell’accezione corrente del termine: si sono ripensati il ruolo e l’importanza della religione, contribuendo fortemente all’introduzione ed alla normalizzazione – agli occhi della società – della figura dell’ateo e dell’agnostico e della negazione del trascendente; si sono portate alle estreme conseguenze le teorie meccanicistiche, empiriste e scientiste spesso scelleratamente tacciate di eresia; si sono scelti nuovi “idoli” prettamente terreni, quali la ragione, il denaro o una distorta forma di uguaglianza.

Per tutto l’Ottocento vi è stata una continua spinta e contro-spinta tra progresso “democratico”, in direzione dei principi ispirati dalla rivoluzione francese e tendenze reazionarie, tese al mantenimento di un ordine politico e sociale che si sarebbe voluto donato da Dio, con radici ancestrali e immutabili.

L’Ottocento è stato anche il secolo degli “stati-nazione”, dei nazionalismi e dell’esplicazione su vasta scala di un capitalismo di stato che ha conosciuto una seconda stagione di colonialismo massiccio, culminata con la spartizione dell’Africa al congresso di Berlino del 1870.

Nel secolo di Gioberti e Mazzini sono avvenuti cambiamenti epocali, sia per l’Italia che per l’Europa: dalla fine dello Stato Pontificio – da tanti pensatori e patrioti individuato come il maggiore ostacolo per l’Italia unita – alla seconda rivoluzione industriale, che in due decenni ha rivoluzionato mondi e stili di vita. Proprio la maggiore facilità del trasporti e la conseguente “contrazione” del mondo ha offerto il primo imput per una globalizzazione economica, seppur embrionale, che oggi si vorrebbe anche umana. Dopo la prima guerra mondiale, l’ultima grande guerra di tipo ottocentesco, è iniziato il cosiddetto “secolo breve”, dove l’Europa ha perso progressivamente la sua centralità a favore di potenze emergenti quali, in primo luogo, Stati Uniti e Giappone a cui si sarebbe aggiunta, solo tre decenni più tardi, anche la Cina.

La costante interazione tra spinte centrifughe e centripete in direzione del modello dello Stato-Nazione – un modello compiutamente teorizzato da Bismarck, caratterizzato da un forte nazionalismo, coronamento ad uno stato autoritario, connotato da una forte sovranità economica, monetaria e politica, capace di assumere su di sé quei compiti che oggi consideriamo “normali”, quali i servizi di politica sociale – ha caratterizzato i primi quattro decenni del Novecento e le ideologie del secolo precedente che stavano iniziando ad attecchire, capitalismo e socialismo su tutte. Ma mentre entrambe registravano delle forti battute d’arresto, la prima con le crisi cicliche nel 1919, nel 1921, nel 1925 e – in ultimo – nel 1929, e la seconda con la fine dell’iniziale espansionismo transnazionale (per concludersi con la degenerazione del modello sovietico), si sviluppava un “terzo polo”, che aveva radici multiformi e differentemente profonde, che riuscì tuttavia a colmare un vuoto politico, filosofico e sociale estremamente importante.

Questo polo, che definiremo “fascista”, non ebbe un fondatore – nel senso greco del termine, l’ – bensì crebbe inconsciamente in più realtà politiche, sociali e nazionali ed ebbe modo di riconoscersi in una determinata forma, imputabile prevalentemente al modello italiano, ma successivamente declinatasi nell’immagine propria alle diverse realtà nazionali.

In occasione dei festeggiamenti del decennale della marcia su Roma, Benito Mussolini poté dire che “nel giro di dieci anni l’Europa sarà fascista o fascistizzata“, poiché già in quell’anno in quasi tutti i Paesi europei erano nati movimenti di ispirazione fascista, ed in alcuni casi erano già giunti al potere.

Il fascismo riuscì a registrare l’espansione che conobbe perché riusciva a dare delle risposte concrete ai bisogni di un’epoca: il fascismo riusciva a servire i popoli europei. Lungi dall’idolatrare all’eccesso un tipo di Stato, di concezione del mondo e di filosofia di vita, che pure aveva i suoi limiti, ma al quale il mondo della cosiddetta “destra radicale” è strettamente legato e fortemente debitore in termini umani, morali, storici e politici, va detto che il compito che spetta alla destra italiana va nella stessa direzione del movimento di allora: servire il suo popolo.

Il sistema socio-politico nazionale ed internazionale è molto diverso da quello degli anni immediatamente seguenti alla prima guerra mondiale: gli anni della “vittoria mutilata”, delle imprese ardite, della vivacità intellettuale del futurismo e di Pirandello, della genialità tecnica italiana e dell’assenza di organizzazioni sovranazionali.

Il secondo dopoguerra ha avuto un volto nuovo, quello dell’interdipendenza, oggi comunemente definita globalizzazione, che ha assunto dimensioni veramente globali solo dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, culminata nel 1991. A tutto questo si è affiancato il grande processo di autodeterminazione dei popoli, già teoricamente ed utopisticamente garantito dai famosi 14 principi di Wilson, che ha avuto la sua massima espressione nel grande processo di decolonizzazione, pur se guidato dalla logica della guerra fredda e dalle guerre “neocoloniali”, ispirate dalla nuova forma assunta dal capitalismo globale ed apolide, che affonda le sue radici tanto nelle società segrete di fine Settecento, quanto nell’internazionalismo marxista.

Sconfitto sul campo di battaglia da una coalizione mondiale, in virtù della superiorità meccanica ed industriale, quel blocco che si era opposto a questa visione delle cose, che mercificava l’uomo a mero soggetto produttore/consumatore (il mondo capitalista) e lavoratore per uno Stato oppressore (il mondo comunista), ha potuto prendere avvio quel disegno di nuovo ordine mondiale, già abbondantemente progettato dai teorici di marca anglosassone. Nel “nuovo mondo” seguente al crollo dei regimi autoritari di destra e di sinistra, con gli Stati Uniti che si arrogano l’egemonia del destino mondiale, avendo sciolto il nodo che ha caratterizzato il proprio nation building (ossia la tendenza isolazionista, ancora fortemente presente negli anni ’50), un insieme di organizzazioni sovranazionali decidono la sorte dei popoli, in completo spregio dei principi etici e morali con i quali si era sempre giustificata la propria purezza.

Il “migliore dei mondi possibili”, ossia quello trionfante dalla decennale lotta con l'”impero del male”, è stato definito immutabile ed onnicomprensivo, malgrado presenti scenari drammatici e raccapriccianti e si fondi su alcuni dei più efferati crimini contro l’umanità, mai oggetto di revisionismo storico.

Consumismo, mercificazione di uomini e valori, guerre per risorse geo-strategiche, corruzione morale e politica a tutti i livelli, fine della sovranità popolare – così come teorizzata da Locke o Rousseau-, forme di usura legalizzata (quali il credito a consumo), finto benessere foriero soltanto di una schiavizzazione materialistica dell’esistenza, accantonamento del senso più profondo della spiritualità e della religiosità umana (che non è necessariamente quella cristiana), falsificazione della storia e della cultura dei popoli: questi sono solo alcuni degli effetti della realtà odierna.

La triste realtà in cui viviamo ci presenta un quadro desolante, in particolar modo a livello sociale: si lavora per pochi soldi che valgono sempre di meno perché le borse decidono il potere del nostro lavoro e le banche fanno propri i guadagni sulla stampa della carta moneta. Dopo tanti sforzi per garantire una migliore qualità di vita, si smette di tutelare gli anziani e non si prevedono politiche previdenziali volte al futuro, se non l’affidamento ai privati dei compiti dello Stato, che ora ha dimesso la sua funzione di arbitro dell’economia nazionale e supremo garante di tutti i cittadini, senza divisioni in base al reddito. Privatizzazioni e cartolarizzazioni hanno ridotto la sovranità nazionale ad un fantasma di antica memoria, in omaggio agli dei del libero mercato. I giovani non hanno un futuro lavorativo, ideale e morale: fino a pochi decenni fa la propria rivoluzione la facevano finanche confrontandosi sulle strade o disposti ad imbracciare un fucile, per l’onore del proprio Paese; oggi, invece, la loro rivoluzione si consuma in pub, discoteche, polveri bianche, videogiochi e macchine comprate con i soldi dei genitori.

Sarebbe inutile andare avanti in questo elenco, perché potremmo scrivere un’enciclopedia su queste tematiche, ravvisandone tutte le possibili cause ed effetti e non avremmo risolto null’altro, se non commiserarci.

E noi non abbiamo bisogno solo di questo.

La Destra, come comunità umana, politica ed ideale, non è nata per questo.

Noi non siamo nati solo per lavorare, pagare le tasse, omologarci al pensiero unico, adattarci a logiche perverse, spegnere i nostri cervelli perché le verità ce le forniscono già altri; perché, come diceva un famoso libro, “tutto quello che sai è falso”. La Destra esiste, ed è sempre esistita nella storia sotto tante forme e si è incarnata in tante realtà e personaggi, che costituiscono a tutt’oggi la nostra stella polare, per spiegare la realtà delle cose e non per essere contraria a tutto aprioristicamente.

La Destra c’è per dimostrare che è possibile, in questo mondo, avere un mondo migliore: la Destra non è nata per morire, ma per vivere combattendo.

 

Il nostro è sempre stato un Paese politicamente difficile, per tanti motivi. In primo luogo perché siamo una Nazione giovane, unita da neanche centoquaranta anni, che ha vissuto molteplici esperienze militari, storiche e politiche: dalle guerre di indipendenza alle prime imprese coloniali nella baia di Assab, dalla Grande Guerra all’ultima fase del colonialismo in Africa Orientale, dalla guerra “ideologica” di Spagna alla seconda guerra mondiale che ha visto, per la prima volta nel XX secolo, la nostra penisola come campo di battaglia fra eserciti stranieri, riportandoci indietro di troppi anni.

L’Italia ha vissuto la monarchia sabauda, dura nel Meridione tanto quanto “aperta” a livello politologico, governi di “destra” e di “sinistra” – quasi in un bipartitismo ante litteram – la paura per un’espansione del comunismo in seguito alla delusione per i mancati compensi della Grande Guerra, il regime fascista, una breve stagione di guerra civile, che è stata talmente gravida di conseguenze che ne portiamo ancora oggi il peso. Nel dopoguerra si è vissuta la cosiddetta “prima repubblica”, quella del consociativismo, della partitocrazia, dei governi di centro e di sinistra, dei partiti di massa, degli “opposti estremismi”, della politica che era ancora vissuta tra la gente, della subordinazione agli Stati Uniti, conclusa convenzionalmente agli inizi degli anni ’90 con lo scandalo delle tangenti. La seconda repubblica, sorta sulle ceneri della prima, malgrado appariscenti cambiamenti di uomini e di simboli, ha riproposto gli stessi uomini, ma ha avuto un ruolo importante nel nostro Paese, in primo luogo inaugurando la stagione dei governi di centro destra, caratterizzati dalla figura carismatica quanto populista dell’imprenditore Silvio Berlusconi. Gli “uomini nuovi” di Forza Italia, creati sul modello del self made man, hanno iniziato a popolare il battaglione di parlamentari nazionali ed europei, insieme ai missini, ora riabilitati, per l’occhio del cittadino medio, sotto la veste di Alleanza Nazionale. Ma non vi è stata mai stabilità politica neanche nella “seconda repubblica”, con governi che cambiavano ogni due anni e con un dilemma sempre presente per il politico: è più importante salvaguardare la rappresentatività o la governabilità?

Sulla base di questo problema si è iniziato a guardare sempre più a modelli d’oltreoceano, pensando prima di tutto a mantenere la propria poltrona e poi a fare il bene del Paese. Mai come oggi, forse, l’Italia ha avuto una classe dirigente così superficialmente preparata a comprendere anche solo lontanamente cosa comporti esercitare un ruolo di tale rilevanza.

 

Negli ultimi anni l’Italia è peggiorata, per lo più a causa di dinamiche indipendenti dalla sola volontà della sua classe politica, bensì determinate dai contesti extranazionali: c’è un’Europa delle banche, governata da finanzieri e speculatori di borsa, il cui unico interesse è il guadagno fine a sé stesso. Abbiamo una moneta unica per la quale abbiamo avuto più effetti negativi che positivi; siamo assolutamente dipendenti a livello energetico, nonché ancora occupati militarmente da oltre cento basi statunitensi, retaggio dell’8 settembre e della guerra fredda, ora cambiata di nome e diretta contro i “fascisti islamici”.

E quell’eredità di “male assoluto” che pesa ancora, con un popolo ingannabile e sempre pronto a seguire chi promette, incapace di guardare in faccia la realtà e desideroso di sogni da vivere ad occhi aperti, proprio come quelli dei reality della televisione.

La Destra deve conoscere questo stato di cose, senza proporre un “mondo alternativo”, un nuovo “terzo polo” per il quale ora non c’è più spazio. È inutile convincere noi stessi che questo sistema è “marcio”, che le elezioni sono degli inutili “ludi cartacei”, che “tutto va male”, che “si stava meglio quando si stava peggio” o che non ci sono più speranze e tanto vale optare per il “male minore”.

Altrettanto lontana da noi deve essere la sindrome del passatismo, poiché il fascismo è stata la particolare incarnazione storica di un’idea che sarà necessariamente immortale e che si è manifestata tante altre volte nel corso dei secoli, seppur in luoghi e forme diverse. Ogni idea è immortale, diceva Platone, cambia solo chi la incarna.

 

Oggi sarebbe inutile rincorrere un “nuovo” fascismo del terzo millennio, ma è più utile comprenderne i principi fondanti e renderli la guida della nostra azione politica. Oggi come oggi, purtroppo o per fortuna – non sta a noi giudicarlo – la politica si gioca sulle elezioni, che si vogliono far credere “libere”; ma tutti noi sappiamo bene che ogni meccanismo elettorale sottosta a delle regole e che queste sono fatte dai giocatori più forti: la libertà è dunque sempre relativa.

Nello stesso tempo neanche noi possiamo finire per criticare chi gioca pro domo sua, poiché anche noi al posto loro faremmo probabilmente la stessa cosa. Dato questo stato di cose, bisogna decidere di scendere in campo e di giocare anche noi, senza temere la competizione con le regole dell’avversario.

La Destra deve abbandonare quell’asfittico modus operandi tipico della destra radicale o neofascista, fatto di slogan, di opposizioni, di “duro purismo”, di appariscenza, di mera denuncia, tutto teso a coprire un vuoto di idee ed a cadere nella trappola di chi ci vuole esattamente come appariamo.

Lo slogan dell’antifascismo, sempreverde in occasione di un attecchimento di idee “fasciste” o presunte tali, è un’arma potente per coprire un vuoto di idee dall’altra parte della barricata, estremamente comodo nei momenti di difficoltà.

È inutile far capire agli italiani cosa sia stato il fascismo: un giorno, forse, lo capiranno e daranno ragione all’uomo che fu il più amato d’Italia.

Noi siamo chiamati a serbare nel cuore la fede e ad essere cittadini esemplari, ma viventi nel nostro mondo e non rinchiusi in una torre d’avorio.

La Destra, quindi, deve competere in qualsiasi tipo di elezioni, con tutti i mezzi e con tutti gli uomini che ha a disposizione, tanti o pochi che siano, senza paura di perdere, ma sempre presente con il suo simbolo, vessillo di identità, valori e di un baluardo inespugnabile a servizio del popolo.

 

Servire deve essere lo scopo di La Destra.

Servire nel senso cristiano del termine ed in quello pragmatico. La nostra stella polare deve essere quella di essere coscienti che si è gli unici vedenti in un mondo di ciechi, ma con la forza di portare un po’ di questa luce a tutti gli italiani.

La Destra, dunque, non deve porsi l’utopico – quanto nobile – compito di sovvertire questo sistema (prestando così il fianco all’ultimo detrattore improvvisato), bensì a mostrare come si possa vivere bene dentro questo, studiando le prospettive che offre. Alla base di tutto ci deve essere, quindi una vera conoscenza, un vero studio ed approfondimento, caratteristica così assente nel panorama della destra radicale, in cui il grande potenziale giovanile non è riuscito mai ad esplodere, poiché acerbo e non coltivato, sprecato in lavori di manovalanza e di appariscenza, tormentato da logiche superiori che ne hanno sacrificato le potenzialità.

Questa perdita di tempo, di uomini e di mezzi non deve ripetersi mai più, in particolar modo con i giovani. Oggi vediamo compiuta intorno a noi la terza rivoluzione industriale, quella informatica, che ci ha regalato un mondo ancora più piccolo e sempre più veloce. Ogni dato, ogni forma di conoscenza è raggiungibile ed interpretabile e nulla ci è potenzialmente precluso. Ma è necessario passare dalla potenza all’atto.

 

La Destra ha il dovere di essere umile nel porsi con il proprio popolo, di essere costante nella sua missione e nella sua perseveranza. Lasciamo agli altri la strada della vanagloria, delle promesse e delle utopie: il popolo segue solo chi riesce a prevedere lo sviluppo degli eventi e propone soluzioni sostenibili e tangibili.

Nel 2008, dopo l’ultima tornata elettorale, il Parlamento nazionale è rimasto orfano della destra, ma una piccola pattuglia di onorevoli non avrebbe cambiato di molto lo stato delle cose. Se non crediamo a questo viene meno tutta quella retorica sul poltronismo, di cui tanti si riempiono la bocca per poi spasimarne dentro. Accrescere la propria presenza dello zero virgola qualcosa non ci farà sentire meglio o ci darà maggiori privilegi: dobbiamo essere coscienti che il percorso che ci si presenta innanzi sarà duro e faticoso.

Il 2009 è pieno di impegni fondamentali: dalle elezioni europee a quelle provinciali e comunali. Personalmente non nutro un grande interesse per le prime, poiché uno o due deputati a Bruxelles – questi sono i numeri che la legge attualmente in vigore ci consentirebbe – non sono nulla, così come il nostro segretario considerò i nove di AN all’interno di un gruppo come il PPE.

Il Parlamento europeo, per chi ne segue minimamente i lavori, è un ente quasi inutile, almeno per come è strutturato finora. Non dobbiamo temere di rimanerne fuori: se il PdL non ci vuole è lui che perde qualche seggio, a noi potrebbero far comodo solo per i soldi. Ma possiamo lasciarci mercificare anche noi fino a questo punto? Voglio sperare di no. Per le europee bisogna spendere il giusto per la campagna elettorale, poiché la percezione popolare dei propri rappresentanti in Europa è pari allo zero assoluto, così come la propria capacità di incisività. Questo non vuol dire che inserire dei nostri rappresentanti non sia importante, tuttavia bisogna ponderare bene i vantaggi e gli svantaggi di una tale operazione, poiché – dato che tutti noi sappiamo bene come la politica si faccia anche con i soldi – c’è in gioco la nostra stessa sopravvivenza.

Per quanto riguarda le elezioni provinciali ed amministrative, credo fortemente che non dobbiamo temere di andare da soli, qualora il PdL non ci voglia al suo fianco, scegliendo di portare avanti quella linea suicida, in molte zone d’Italia, che forse rientra negli accordi con il suo omologo, ovviamente nel benevolo clima bipartisan. Divide et impera dicevano i romani. Non dobbiamo essere così ingenui da credere che il PdL voglia vincere ovunque, poiché ci sono logiche ed equilibri che loro stessi non andranno a turbare, e questo avviene da tempo in molte parti d’Italia, compresa la mia Umbria.

Nello stesso tempo non mi farei scrupoli a tentare ogni strada per cercare un apparentamento, poiché vi sono elementi validi nel PdL e realtà veramente buone e foriere di ottimi risultati. Alcuni tipi di accordi possono essere molto vantaggiosi per noi, che dobbiamo ricordarci sempre che ci troviamo nel rischio della stessa sopravvivenza. Anche se il PdL ci volesse trattare come un bancomat – per usare una nota espressione di Storace – dobbiamo guardare al lato della medaglia a noi favorevole: una volta presenti nelle loro giunte, abbiamo modo di puntargli un coltello alla gola, analogo a quello della sinistra radicale con il PD in giro per l’Italia.

È ovvio che questa strada è difficile da digerire per chi, come noi, ha un forte senso dell’onore, eppure è probabilmente quella più fruttuosa a medio e lungo termine. Perché è al futuro che noi dobbiamo guardare!

Il nostro punto di arrivo devono essere le amministrazioni regionali, provinciali e comunali, ossia quelle posizioni dalle quali è possibile operare concretamente al servizio dei cittadini e mostrare a tutti la differenza tra noi e gli altri. Tra la casta e la gente per bene. L’Umbria insegna che quando si ha un rappresentante nel consiglio regionale, nessuna strada è preclusa: interventi sulla stampa, passaggi in televisione, inviti a conferenze e dibattiti, mezzi per organizzare eventi propri, possibilità di presentare proposte di legge, interrogazioni, mozioni e far vedere realmente chi si batte per cosa e con quali compagni o avversari. Oggi più di ieri, con gli accresciuti compiti delle regioni nell’ambito del federalismo, la presenza nei consigli regionali – che PdL e PD vorrebbero invece ridurre, con la scusa del risparmio, ma guai a parlar loro di ridurre gli stipendi – diviene fondamentale. Fino ad aprile 2010 possiamo contare su quattro parlamentari regionali, a cui speriamo di vedere aggiunto il nostro presidente e quanti più esponenti abruzzesi sia possibile. Sarà lì che si combatterà la vera battaglia; lì, e nelle elezioni amministrative di maggio e giugno prossimi. In quell’occasione saremo chiamati ad una grandissima opera di forza, dato che la maggior parte di noi scenderà in campo direttamente e potrà dar prova della propria determinazione e del proprio valore. Noi abbiamo le proposte che nessun altro può vantarsi di avere, quelle per cui tutte le persone sono d’accordo, salvo poi votare chi gli punta un coltello – metaforicamente parlando – alla schiena ricordando loro chi gli ha fatto avere la pensione, un lavoro per il figlio, la strada asfaltata, l’agevolazione. Noi non abbiamo clientele, favori da dispensare, persone da legare a noi con minacce dirette ed indirette, famiglie da poter mandare sul lastrico o persone da poter licenziare. Le nostre proposte, però, dovranno andare nella loro direzione, per creare una fenomenale lobby di popolo.

 

Tutti i partiti credono che il proprio programma politico sia onnicomprensivo e realmente risolutivo. Noi ci possiamo vantare di avere una politica sociale che nessun altro possiede, anche se spesso non ci chiediamo se è quello che serve al nostro popolo o se riusciamo a fargliene capire l’importanza.

Io credo, però, che l’attuale crisi economica ci darà una mano a colmare questa nostra mancanza: in momenti di difficoltà economica, di perdita di posti di lavoro, di aumento dell’inflazione, la gente cerca soluzioni e risposte forti ed è disposta a lottare per la sua famiglia e contro chi si riempie la bocca di parole vuote, forte dei suoi milioni nelle banche svizzere.

Noi siamo gli unici che ci battiamo per togliere alle banche il monopolio della carta moneta, della casa e del denaro.

Siamo gli unici che contestano un libero mercato che affama popoli e depreda risorse, continuando sulla scia delle peggiori tradizioni di imperialismo economico e predatorio.

Siamo gli unici che ci battiamo per far tornare gli italiani a sentirsi a casa propria, riservando a loro per primi le nostre attenzioni e solo in un secondo momento agli altri.

Siamo gli unici che vogliamo tagliare tasse inutili: dal cuneo fiscale alle accise sui carburanti per uso civile ed agricolo.

Siamo gli unici che si battono a trecentosessanta gradi contro il caro vita, il blocco dei prezzi, la tutela dei consumatori sui prodotti primari.

Siamo gli unici che proponiamo un innalzamento delle pensioni e che vogliamo servizi minimi garantiti in mano pubblica, come l’acqua ed i trasporti.

Siamo gli unici che proponiamo la socializzazione degli utili a svantaggio dell’accumulo monopolistico fine a sé stesso.

Siamo gli unici che vogliamo valorizzare la nostra storia, la nostra cultural, la nostra tradizione, il nostro territorio e tutte le sue risorse senza lasciare che siano gli altri a dirci cosa è giusto fare e come farlo, perché siamo fieri di essere il popolo che ha dato la luce al mondo!

Siamo gli unici che puntiamo a riappropriarci delle nostre aziende ed infrastrutture strategiche, senza lasciarle nelle mani della prima cordata internazionale di turno.

Siamo gli unici che vogliamo poter tornare ad esporre il crocifisso ovunque lo riteniamo opportuno, senza offendere nessuna sensibilità ma dando voce ad una comunità che si riconosce in alcuni simboli.

Siamo gli unici che riteniamo che la storia non deve essere strumentale alla politica e ci battiamo per una reale pacificazione nazionale, nel rispetto dei morti di ogni guerra e di ogni parte, senza ergersi a surrogati di Dio nel compito del giudizio degli uomini.

Siamo gli unici…

Ma per esserlo dobbiamo essere presenti ed avere modo di tradurre le parole in fatti e riuscire a contare qualcosa. Non opportunismo ma realismo: sopravvivere per poter operare per il nostro popolo. Crescere per costruire, per dare sicuri della risposta che, prima o poi, arriverà. Perché noi siamo la risposta a chi ha guidato questo Paese ottant’anni fa: qualcosa di buono, dunque, è stato fatto.

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